
«Un decreto legge che viola la Costituzione»
INTERVISTA. Per Alberto Lucarelli, membro del gruppo estensore dei quesiti di giugno, la manovra del governo non rispetta la volontà popolare. «Serve la mobilitazione, subito».
lberto Lucarelli, ordinario di diritto pubblico alla Federico II e assessore ai Beni comuni della giunta de Magistris, scorre tra le mani il lungo testo del decreto legge firmato da Tremonti. Non riesce a togliere lo sguardo da quell’intreccio di norme che di fatto azzera il voto del 12 e 13 giugno.
Lei è tra gli estensori dei due quesiti sull’acqua, che hanno ottenuto un consenso storico. È stato rispettato il voto?
«Con questo decreto il governo viola il principio di cui all’articolo 75 della Costituzione, che riguarda la volontà referendaria. Il voto ha avuto come oggetto non soltanto l’acqua, ma in generale i servizi pubblici locali, e il popolo sovrano si è espresso in maniera chiara e netta, rifiutando l’applicazione dei principi di concorrenza nella gestione dei beni comuni».
Qual è l’impatto della manovra?
«In generale questo decreto colpisce al cuore l’intero movimento dei beni comuni e tutta l’esperienza innovativa che anche a Napoli stiamo portando avanti. C’è poi un problema grave di costituzionalità, non solo all’articolo quattro. L’articolo tre, ad esempio, quando annuncia nuove norme da applicare “in attesa della riforma della Costituzione”, sovverte il principio gerarchico delle fonti. In sostanza cambia la Costituzione saltando tutte le procedure: con un semplice decreto legge si colpisce al cuore una norma chiave della Costituzione economica. E questa è la cosa più grave in assoluto».
È possibile una reazione?
«Assolutamente si. Sarà necessario affermare con forza che il popolo sovrano si è espresso su questi temi solo due mesi fa e in un modo inequivocabile. Ventisette milioni di italiani hanno respinto il modello neoliberista che ora il governo sta riproponendo con un decreto. Una cosa inaudita. Sul piano del diritto costituzionale non può essere riproposta la liberalizzazione e la privatizzazione dei servizi pubblici locali».
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