
Quante bugie sul nucleare
L'ANALISI. Una reclàme, come si diceva una volta, per il nucleare. Questo è lo Studio Ambrosetti sulle prospettive del nucleare in Italia, commissionato da Enel e Edf, nel quale si danno per certe le riduzioni dei costi di generazione elettrica ricorrendo a questa fonte.
Una reclàme, come si diceva una volta, per il nucleare. Questo è lo Studio Ambrosetti sulle prospettive del nucleare in Italia, commissionato da Enel e EDF, nel quale si danno per certe le riduzioni dei costi di generazione elettrica ricorrendo a questa fonte. Questa certezza, invece, non la si ritrova nelle analisi (2010) del Dipartimento USA per l’energia, il cui recente aggiornamento prevede, come già da diversi anni, per i nuovi impianti nucleari il costo industriale di produzione superiore non solo agli impianti a gas e carbone, ma anche dell’eolico.
E nemmeno il contratto che la Turchia ha siglato con la Russia appare particolarmente conveniente: per i primi due reattori della buona, vecchia, tecnologia russa c’è l’obbligo, per i primi 15 anni, di acquistare il 70% dell’elettricità prodotta a 12,3 centesimi di dollaro al kWh (il 50% in più di quanto costa alla Borsa elettrica italiana). Immaginiamo lo Studio Ambrosetti abbia usato invece i costi promessi da Enel e EDF di 40 euro/MWh. Ma queste cifre sono ampiamente smentite da quelle che circolano in Europa e negli Usa. Strano, eppure, tra gli autori dello studio Ambrosetti, non figura Harry Potter.
In termini occupazionali si dovrebbe generare un volume di circa 80mila persone per un anno, ma non viene fatto nessun confronto con le rinnovabili e con l’efficienza che hanno un tasso di occupati assai maggiore (per l’eolico 4-5 volte occupati diretti in più, per il solare il confronto è ancora più favorevole) rispetto al nucleare. Su Cernobyl si citano le cifre “ufficiali”, i 65 morti nell’immediato e i 4.000 che moriranno nei prossimi 80 anni, mentre le valutazioni in sede OMS – non accettate dall’IAEA di Vienna – salivano a 9.000, mentre altre fonti più recenti (2009) sono dell’ordine di un milione se si va oltre i tumori. Ma, per carità, una nuova Cernobyl è impensabile.
Nel recente rapporto Roussely, predisposto per il Governo francese, che analizza lo stato confusionale dell’industria nucleare in quel Paese – dopo le forti polemiche tra l’azienda EDF e il costruttore Areva – si dice abbastanza chiaramente che il progetto del reattore EPR, su cui punta l’Italia, è ancora in mezzo al guado. E che tra le priorità, oltre al completamento dei cantieri in Finlandia e in Francia, c’è da modificare la strategia verso centrali più piccole e la priorità di intervenire nel mercato inglese. Delle promesse italiane (4 reattori) non vi è minima traccia nel documento presentato al governo, segno forse che l’impegno italiano non è preso molto sul serio. EDF a luglio ha confermato il ritardo del cantiere di Flamanville di 2 anni e un aumento (provvisorio) dei costi da 3,3 a 5 miliardi di euro.
Del resto – dichiarava EDF in una nota stampa – un “prototipo” costa di più. Eppure ci avevano spiegato che era un progetto completo e che comunque avrebbero fatto tesoro degli errori del cantiere in Finlandia (dove i costi sono già saliti a 5,7 miliardi).
Un tema ancora assente nel dibattito italiano è l’effetto sui mercati dell’energia dell’accesso alle riserve non convenzionali di gas naturale (che sono molto ampie nel mondo) che ha fatto registrare negli USA il crollo del prezzo del gas del 70% nel corso dell’ultimo anno e mezzo. Questi prezzi del gas mettono fuori gioco il nucleare e consentirebbero, in un Paese come l’Italia che ha una forte storia di utilizzo del gas, di poter sviluppare una strategia gas-rinnovabili: l’integrazione tra fonti intermittenti e gas naturale è perfettamente gestibile non solo nella produzione elettrica ma anche per in quella termica e nella cogenerazione.
L’Italia dovrebbe lasciare ad altri Paesi la rogna di sostenere un settore industriale come il nucleare, che senza aiuti pubblici (diretti e indiretti) e garanzie totali sui rischi industriali non avrebbe futuro. Invece, l’ultima versione del Piano italiano sulle rinnovabili, ha tagliato 4.000 MW di eolico. Questa fonte, invece, se lasciata sviluppare nel rispetto di ambiente e paesaggio, al 2020 potrebbe produrre quanto 4 centrali nucleari e occupare 66 mila persone, gran parte delle quali nel Mezzogiorno.
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