
I gufi amici dei bambini. Nel Sudafrica mundial
IL RACCONTO. Meglio di un gol dei Bafana Bafana: Jonathan Haw, biologo sudafricano con la passione dei rapaci e dei bambini, lancia il progetto per introdurre barbagianni nelle township infestate da roditori.
Una storia che arriva dal Sud Africa. Ma non racconta di rigori e parate, sconfitte e vittorie, come le cronache sudafricane di questi giorni. E' una storia che racconta di natura e città, animali e bambini, che unisce antiche credenze animiste e scienza. Una storia che affronta reali problemi sociali e economici, ecologici e mitologici.
è la storia di Jonathan Haw, sudafricano - bianco - di Johannesburg, biologo fuori dagli schemi, con la passione dei rapaci «e dei bambini», come ama precisare, che è riuscito a ripristinare un anello dell’ecosistema aiutando anche i ragazzini delle township (le “favelas” sudafricane) di Sebokeng e Bedipeng, a sud di Johannesburg. «Qui venivano usati topicidi altamente tossici, proibiti in tutto il mondo tranne che in Africa», racconta Haw, che dieci anni fa ha fondato Ecosolutions, società che si occupa di ambiente ed ecologia. «I governi locali pensavano di liquidare così l’invasione dei roditori, ma la situazione era diventata ingestibile: i bambini morivano e i topi non diminuivano».
Jonathan da anni alleva piccoli gufi orfani o abbandonati: «Svezzavo i rapaci per poi liberali, ma molti purtroppo, non riuscivano a sopravvivere. Non sempre le foreste si rivelavano adatte a loro, lì incontravano altri gufi più grandi che li cacciavano. Conoscevo l’emergenza topi roditori nelle township, ho pensato che lì i gufi sarebbero stai utili, perché si cibano di roditori».
Nasce così Township Owl Box Project (in italiano è stato tradotto “Un gufo in aiuto dei bambini in Africa”), un’iniziativa che ha come obiettivo il controllo dei roditori, attraverso un programma educativo, abbinato all’installazione di casette nido, che contribuiscono a creare una popolazione di Barbagianni che vive e caccia nelle township.
Jonathan inizia una campagna di sensibilizzazione nelle scuole, coinvolgendo bambini, genitori e insegnanti: «Purtroppo per la cultura animista sudafricana il gufo è un animale negativo, foriero di sventura e legato alla magia nera. C’è molta diffidenza nei suoi confronti, tutti lo temono». Ma se si scontra con gli adulti, Haw con i bambini trova subito terreno fertile: «I piccoli abitanti delle township non conoscono la natura, la wildlife» ci spiega in un inglese senza inflessioni. «Vivono in periferie urbane degradate e gli unici animali con cui hanno a che fare sono i cani e i gatti randagi. Per loro, allevare e nutrire i gufi è un’esperienza unica. è stato più difficile convincere genitori e insegnanti, in cui la paura dei rapaci era già troppo radicata».
In 10 anni sono ben 36 le scuole che hanno partecipato all’iniziativa; nelle aree selezionate ci sono casette per gufi ogni due chilometri. «L’obiettivo è quello di installare i nidi anche in altre 22 scuole di Sebokeng, ma le difficoltà non mancano», racconta Jonathan. «In Sud Africa ci sono grandi distanze, tra una scuola e l’altra ci possono essere più di 400 chilometri e poi non è facile trovare i fondi, le scuole coinvolte, ovviamente, non hanno la minima possibilità economica».
I finanziamenti non sempre ci sono, benché “Un gufo in aiuto dei bambini in Africa” abbia interessato i media (anche National Geographic ha girato un documentario sul progetto) e le istituzioni e sia supportato dal Nelson Mandela Children Found e dal Roots and Shoots Program, diretto da Jane Goodall.
«Tengo troppo a questo progetto - racconta il biologo - ma non posso vivere solo di sovvenzioni, per questo trovo soluzioni alternative per portarlo avanti».
A Jonathan non mancano l’inventiva e la voglia di rendere l’iniziativa utile a quante più persone possibili. Il legno per le casette arriva dagli scarti industriali di grandi aziende che non solo regalano i materiali, ma li fanno anche arrivare via nave. I nidi vengono costruiti da studenti delle scuole tecniche e dai carcerati, che così si sentono utili e riescono a guadagnare qualcosa.
«Tutto il progetto è ecosostenibile e il legno con cui vengono fabbricate le casette è riciclato. Finanzio la loro costruzione anche con i proventi che arrivano dall’attività di Ecosolution», dice fiero Jonathan.
In questa storia c’è anche un po’ d’Italia: «Fin dall’inizio dell’avventura sono stato supportato da una amica italiana, Manuela Sanfelici, mantovana che da 10 anni vive a Johannesburg dove ha aperto Mal d’Africa, tour operator che promuove il turismo responsabile ed ecosostenibile. Parte del ricavato delle escursioni organizzate a Sebokeng viene devoluto alla comunità locale», racconta Haw. «Un grande aiuto ci è arrivato anche dalla Lipu di Trento che ha avviato una raccolta fondi per sostenere il progetto e da un asilo di Roma. I nostri bambini ora sono in contatto con gli amichetti italiani, si scrivono mail in continuazione».
Sono proprio i bambini a regalare a Jonathan l’entusiasmo e la voglia di far crescere sempre di più Township Owl Box Project. «è una gioia vederli curare i gufi con dedizione, dar loro un nome, nutrirli e poi liberarli quando sono cresciuti. Molti vanno a scuola anche nei giorni di vacanza, per controllare che le casette siano a posto e che i barbagianni stiano bene». Per lui meglio di qualunque gol dei Bafana Bafana.
Il buon esito umano ed ecologico dell’iniziativa ha fatto sì che anche altri paesi africani vogliano combattere l’emergenza roditori con l’allevamento di piccoli gufi. Ad esempio Botwsana, Zimbawe e Mozambico. Qui Jonathan però è già arrivato, con un altro progetto, che non coinvolge i gufi ma i pipistrelli. Ma questa è un’altra storia.
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