Il “welfare state” e la “terza via” della Svezia di Palme

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Manuela Bianchi
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LIBRI. Per la prima volta raccolti in volume da Editori Riuniti (university press) testi e discorsi tradotti in italiano del premier socialista svedese che fu ucciso nel febbraio 1986 a Stoccolma. Questa iniziativa editoriale permette di ridiscutere finalmente sulla politica di uno dei personaggi più originali della storia della socialdemocrazia europea degli anni Settanta e Ottanta.

Venerdì 28 febbraio 1986, via Sveavägen, una delle arterie principali di Stoccolma. Il primo ministro Olof Palme e la moglie Lisbet, accompagnati dal figlio Mårten e dalla sua fidanzata, sono usciti da alcuni minuti dal cinema Grand dove hanno visto I fratelli Mozart della regista Suzanne Osten. Il primo ministro è senza scorta. I problemi di sicurezza personale non lo hanno mai preoccupato eccessivamente. Il numero del suo telefono di casa è restato nella guida telefonica di Stoccolma e non è cambiato per l’intero 1970, l’anno successivo alla prima nomina a premier.
 
Lui e sua moglie non hanno mai rinunciato alle passeggiate estive in bicicletta nel centro della capitale, o a quelle serali d’inverno nel quartiere Gamla Stan della loro residenza. Un episodio accaduto qualche anno prima è restato famoso. L’auto ministeriale che stava portando Palme all’aeroporto Arlanda di Stoccolma si blocca per un guasto meccanico a pochi chilometri dalla meta. Il primo ministro non ha alternative: o perdere l’aereo o cercare di raggiungere l’aeroporto facendo l’autostop. Optò per la seconda soluzione. Sono intanto passate da poco le 23. È una notte fredda e buia, tipica del rigido inverno di Stoccolma. I coniugi Palme hanno da poco salutato Mårten e la fidanzata.
 
Mentre sono indecisi se fare a piedi il tratto di strada che conduce alla loro abitazione o prendere la metropolitana come hanno fatto nel tragitto di andata, un uomo si rivolge al primo ministro. Palme si volta d’istinto. Lo sconosciuto spara a bruciapelo alcuni colpi di pistola contro il premier. Uno dei proiettili ferisce di striscio sua moglie. Per un attimo Palme guarda in faccia il suo assassino, poi si accascia al suolo. Lisbet urla disperata e chiede aiuto. Il killer lascia indisturbato il luogo del delitto. Palme muore poco dopo in ospedale. Aveva 59 anni.
 
Fin qui la scena del delitto politico - il killer è tuttora sconosciuto - che sconvolse la Svezia nel 1986 e che spezzò la “terza via” tra capitalismo e comunismo che stava praticando la società svedese guidata da Palme. Come annota Monica Quirico nella prefazione di Olof Palme e il socialismo democratico (Editori Riuniti university press, pp. 266, euro 15,00), Palme era un leader molto amato e molto odiato in patria (ma anche all’estero) per le caratteristiche radicali della sua politica. Era diventato premier nel 1969 raccogliendo il testimone di Tage Erlander. Sconfitto poi nelle elezioni del 1976 era tornato a guidare il governo nel 1982 ed era ancora primo ministro quando fu ucciso nel 1986. Basta ricordare alcune scelte politiche della Svezia nel periodo di Palme per capire la qualità della sua “terza via” sul fronte internazionale: no alla guerra in Vietnam (pagata con la temporanea rottura dei rapporti diplomatici tra Stoccolma e Washington), sostegno ai movimenti di liberazione nel Terzo mondo e di quelli democratici in un’Europa che fino a metà dei Settanta aveva regimi fascisti ad Atene, Madrid e Lisbona, contrasto dell’espansionismo sovietico, ferma posizione anti-riarmo in Europa dei primi anni Ottanta, mediazione nei conflitti internazionali su mandato dell’Onu (come nel caso della guerra Iran-Iraq iniziata nel 1980). In politica interna si assistette negli anni di Palme a uno sviluppo senza precedenti del peculiare welfare che fece parlare di un “modello svedese” a cui guardare ammirati.
 
Questo libro traduce per la prima volta in italiano testi e discorsi di Palme. Da qui la sua utilità perché va a riempire il buco nero dell’editoria politica italiana rispetto a uno dei personaggi più originali della storia della socialdemocrazia europea. Basti citare un episodio che lo vide protagonista.
 
Nel Natale del 1972, appresa la notizia del bombardamento della città di Hanoi da parte degli aerei americani B52, Palme decide di rendere pubblico un comunicato del suo governo leggendolo alla radio (il testo è riportato nel libro): «Non ci sono ragioni militari per i bombardamenti. Fonti militari a Saigon negano che fossero in corso preparativi in questo senso da parte dei nordvietnamiti. I bombardamenti non si possono neppure attribuire alla rigidità nordvietnamita al tavolo delle trattative. L’opposizione agli accordi dello scorso ottobre a Parigi, come fa notare il New York Times, viene soprattutto dal presidente Thieu di Saigon. Quello che invece si fa concretamente è colpire una nazione e un popolo per umiliarli e costringerli a sottomettersi al linguaggio della forza. Per questo, i bombardamenti sono un crimine. Nella storia ce ne sono stati molti. E spesso hanno dei nomi: Guernica, Oradour, Baij Jar, Ridice, Sharpeville, Treblinka. La violenza ha trionfato in quelle occasioni. Ma il giudizio del mondo si è abbattuto duramente su chi ne porta le responsabilità. Ora c’è un altro nome da aggiungere alla lista: Hanoi, Natale 1972».