Quel blitz al Senato sulla caccia La vendetta delle doppiette
Una legge per allungare a piacimento delle Regioni la stagione venatoria. Una legge contro l’ambiente e gli animali selvatici, contro la scienza, contro la Costituzione e l’Europa, contro i sentimenti degli italiani: una legge che spara su una cultura diversa - di rispetto verso gli altri esseri viventi, che ha ormai radici profonde nel nostro Paese. Questo è l’obiettivo che la frangia estremista del mondo venatorio vuole mettere in carniere da tempo e di cui, pochi giorni fa, si è consumato il primo atto istituzionale, con il voto nell’aula del Senato. 139 i voti favorevoli, la maggioranza, 108 i voti contrari, le opposizioni, 6 astenuti. Ora, il testo passa all’esame della Camera. Quella dei senatori è una decisione che lascia increduli e sbalorditi per la sua gravità, consapevole e perseguita, perché uccidere gli uccelli migratori nelle fasi più delicate della loro vita, cioè durante la migrazione, la riproduzione, la dipendenza, è un’aberrazione tale che non richiede un sofisticato bagaglio scientifico per valutarne le conseguenze.
Il legislatore non può neppure ignorare che ripopolare fuori stagione boschi e campagne con un esercito di doppiette in servizio permanente effettivo significa concedere loro un autentico monopolio del territorio, esporre a ogni rischio l’incolumità dei cittadini disarmati, sparare sul turismo naturalistico. Comporta, inoltre, l’invasione ancora più forte e brutale dei terreni privati, quella violazione della proprietà che l’articolo 842 del Codice civile, vera anomalia giuridica, ancora oggi permette a chi imbraccia un fucile. L’ondata di indignazione nell’opinione pubblica rappresenta una reazione forte e non superficiale, parla di una ferita profonda al comune sentire che i sostenitori degli spari no-limits, che vanno per le spicce, evidentemente sottovalutano. Questa, oggi, è una sfida: la vecchia arroganza venatoria - che molti cacciatori, Arcicaccia in testa, non condividono - ancora tenuta in vita dalla cattiva politica alla ricerca di un consenso elettorale sempre più esiguo, contro un Paese che, nonostante le contraddizioni, ha maturato un atteggiamento nuovo nei confronti dell’ambiente e degli animali.
Non soltanto quelli che sono ormai parte della nostra vita, cani e gatti, ma anche dei selvatici. Vediamo in loro dei simboli di libertà e di bellezza, li sentiamo portatori di emozioni e di un desiderio di naturalità che lo sfascio del pianeta rende ancora più forte. Fare pace con la natura non è uno slogan. Uccidere per divertimento La caccia è un terreno delicato e sensibile per i nostri connazionali. “Uccidere per divertimento”: questa è stata nell’immaginario collettivo degli anni Ottanta la rappresentazione dell’attività venatoria, privata delle sue antiche giustificazioni di sussistenza o tradizione. Contro le doppiette, allora, campagne referendarie e 18.000.000 di “sì”, nonostante il quorum mancato, un grande dibattito, un rifiuto netto che aveva motivazioni etiche ancor prima che ambientaliste. Un assedio culturale che ha ridotto a un terzo i cacciatori, dai 2.200.000 del 1980 ai 750.000 dei giorni nostri, in grandissima parte ultra sessantacinquenni.
Il sondaggio Ipsos del 2009, commissionato dalla Lipu, da Legambiente e dal Wwf, ha rilevato che una percentuale elevatissima degli italiani, tra l’80% e il 90%, è contraria a ogni ulteriore concessione alla caccia e che oltre il 70% vorrebbe vederla abolita. Grande merito certamente ha avuto, in questo ridimensionamento, la legge nata proprio negli anni del duro confronto tra visione del mondo vecchia e nuova, la 157 del 1992: l’unica legge di tutela della fauna che il nostro Paese sia riuscito a darsi. È questa normativa che oggi, e certo non da oggi, si tenta di demolire. Sin dal titolo, la 157 rivelava tutta la sua carica di novità: obiettivo primario la tutela degli animali selvatici e solo in secondo luogo la caccia, come concessione. E quell’articolo 1 - “La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato, ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale” - su cui è fiorita una ricchissima letteratura giuridica. I legislatori di quella XIV legislatura io tra loro come deputata dei Verdi, non ebbero paura, neppure quelli di parte venatoria; tutti consapevoli fino in fondo del profondo cambiamento che si respirava fuori del Palazzo e delle aspettative dell’opinione pubblica.
Così nacque il legame cacciatoreterritorio; un più serio regime di sanzioni, il divieto di caccia sui valichi montani, la forte riduzione dell’uccellagione; fu drasticamente ridotta la durata della stagione con l’introduzione dei limiti dal 1 settembre al 31 gennaio. Un bel taglio, rispetto all’antica chiusura al 10 marzo, nella comune volontà di risparmiare gli uccelli migratori nelle fasi più delicate della loro vita. Con la legge nazionale sui Parchi, la 394 del 1991, erano poste le basi della legislazione ambientalista italiana. Fu un lavoro normativo lungo e difficile, conflittuale con largo spazio alla scienza. Il confronto con quanto avviene oggi in Parlamento è impressionante: lo stravolgimento della 157 attraverso un voto dettato da semplici rapporti di forza, un voto nel vuoto di ogni approfondimento scientifico, di diritto internazionale, di elaborazione culturale. Ed anche - che tristezza! - un blitz che umilia le istituzioni. La storia recente dell’assalto alla 157 nel suo punto nodale, il calendario venatorio, è infatti la cronaca di un blitz.
Cominciò poco più di un anno fa, con un emendamento dei senatori Valerio Carrara e Sergio Vetrella (Pdl) alla legge Comunitaria 2008. Prima aberrazione, perché la Comunitaria dovrebbe rappresentare lo strumento per risolvere le inadempienze dello Stato italiano nei confronti della normativa europea, non certo l’occasione per aprire altre violazioni. In questo caso, si sarebbe dovuta dare una risposta seria alla procedura di infrazione n. 2131, pesantissima, promossa nei nostri confronti nel 2006 per il continuo e illegittimo ricorso da parte delle Regioni alle deroghe di caccia sui piccoli uccelli protetti in tutta Europa: violazioni alla Direttiva 79/409 Cee sulla conservazione degli uccelli selvatici. Tra l’altro, quella procedura ci rimprovera la mancanza nella normativa nazionale dell’esplicita tutela assoluta dei migratori durante i periodi di ritorno ai luoghi di nidificazione, di riproduzione e dipendenza dei piccoli dai genitori. Sembrò davvero accattivante ai senatori in aula - che lo votarono - l’emendamento CarraraVetrella, nella sua bella forma di rispetto della Direttiva.
Peccato che nascondesse un trucco: perché sostituiva proprio il comma dell’articolo 18 della 157 che fissa l’arco temporale massimo di caccia; al suo posto, il nulla. Era il blitz della deregulation, a cui rispose la grande mobilitazione delle associazioni ambientaliste e animaliste. Nel passaggio del testo alla Camera vinse però il fronte delle opposizioni e di quei parlamentari della maggioranza assolutamente contrari alla cancellazione delle regole. Determinante fu il parere negativo espresso dal ministro per le Poliche europee Andrea Ronchi, coerente con il mandato del suo dicastero; decise le prese di posizione anticaccia tout-court del ministro al Turismo Michela Vittoria Brambilla. Ciononostante, lo stesso copione si è riproposto alla riapertura del Parlamento dopo la pausa estiva, a metà settembre del 2009, stavolta nella Comunitaria 2009.
Verrebbe paradossalmente voglia di pensare che abbia maggiore dignità - se così si può dire - un testo come il disegno di legge del senatore Franco Orsi, ormai noto, la cui architettura è la deregulation venatoria nel suo delirio di onnipotenza: fucile ai sedicenni, detenzione illimitata di richiami vivi, caccia nelle foreste demaniali e sui valichi montani, civette vive penzolanti dai trespoli, cacciatori imbalsamatori senza licenza, spari su terreno innevato e dai natanti; per i sindaci, licenza di uccidere animali rari e protetti perché scomodi… Un testo che giace nella commissione Ambiente del Senato, seppellito da oltre 1.500 emendamenti di ostruzionismo, a cominciare da quelli dei senatori Roberto della Seta (Pd) e Donatella Poretti (Pd-Radicali). Proprio per questo benedetto muro, il fuoco di caccia selvaggia si è concentrato sulla Comunitaria e sull’emendamento caccia no-limits.
Disegno di legge Orsi ed emendamento sono parte della stessa tattica. Nel dicembre scorso, nel secondo passaggio in Senato, lo scenario è drasticamente cambiato: il ministro Ronchi stavolta ha dato parere favorevole alle tre proposte emendative fotocopia (Pittoni - Lega nord; Pinzgher – Svp; Santini - Pdl, relatore della legge!). Date le forti proteste delle opposizioni e delle associazioni, Ronchi ha voluto un emendamento di “mediazione” che tale non è affatto, perché lascia i limiti del 1 settembre-31 gennaio solo per una parte dei mammiferi cacciabili, e nessun limite per gli uccelli. La questione si è ora spostata alla Camera, dove hanno promesso battaglia anche i parlamentari del centrodestra da sempre contrari a caccia selvaggia. Altissimo, infatti, sarebbe in termini ambientali il prezzo che si vorrebbe far pagare al paese per raccattare i consensi elettorali, alla vigilia delle elezioni regionali: si pensi alla candidatura della Lega alla presidenza del Veneto, che rappresenta con la Lombardia il serbatoio dell’estremismo venatorio.
In questi giorni, importante è stato il pronunciamento dei ministri Brambilla e Stefania Prestigiacomo contro la deregulation. Michela Vittoria Brambilla, anche consapevole dei danni che verrebbero al turismo da una stagione di spari prolungata, ha trasmesso ai colleghi un emendamento, chiedendo che divenga emendamento del governo stesso: esso ristabilisce i limiti della legge 157/92, 1 settembre/31 gennaio per tutte le specie cacciabili. L’estremismo venatorio Massima è la mobilitazione del mondo animalista e ambientalista, più di sempre deciso e compatto: sono già centocinquanta le associazioni che hanno sottoscritto un appello al governo e al Paese. Siamo pronti a raccogliere questa sfida che “caccia selvaggia”, nella sua anacronistica brutalità, pone. La lunga pace armata seguita alla nascita della 157 è stata spezzata, proprio dalle doppiette e dal loro oltranzismo.
Ma occorre collocare i tentativi di deregulation nel pessimo panorama italiano. Ferme restando le grandi emergenze del consumo del suolo e della distruzione degli habitat, dell’inquinamento e anche dello stravolgimento climatico, gli spari pesano, e molto. Siamo al secondo posto in Europa, dopo la Francia, per numero di specie cacciabili; spariamo a 11 specie durante il periodo tabù della migrazione e della riproduzione, mentre sono 19 quelle che dovremmo cancellare dall’elenco delle cacciabili, a causa del loro stato di conservazione sfavorevole. Il bracconaggio, da nord a sud, dalle trappole delle valli bresciane al massacro dei rapaci sullo stretto di Messina, è malattia endemica d’Italia. Siamo il Paese delle deroghe di caccia sugli uccelli protetti e si calcola che negli ultimi anni ne siano stati sterminati almeno dieci milioni: la Corte di giustizia europea ha di recente annullato l’ennesima legge della Regione Lombardia.
L’articolo 842 del Codice civile, permettendo l’invasione dei terreni altrui, non solo è un danno all’agricoltura, ma una violazione della proprietà privata, una violenza al diritto alla sicurezza ed al diritto a non vedersi ammazzare sotto gli occhi gli animali selvatici che si amano e si proteggono. Ogni anno, la stagione di caccia è anche il bollettino dei morti e dei feriti per “incidenti”. Sulle armi sarebbe necessaria una bella riforma restrittiva. Perché non apriamo una pagina sulle crudeltà venatorie, sulle condizioni di autentico maltrattamento in cui vengono tenuti i richiami vivi, sulle volpi, anche cuccioli, gassate nelle tane o sbranate dai cani? Amaro paradosso, il 2010 è l’anno della biodiversità. Tutti i Paesi sono chiamati, dopo la convenzione di Rio, a presentare le loro politiche di conservazione: bisogna fermare il declino delle specie viventi. E l’Italia, come si presenterà? Imbracciando la doppietta?







