Firenze ritorna al futuro
Otto artisti per reinterpretare altrettanti prestigiosi edifici storici di Firenze: Mario Airò alla Biblioteca monumentale del Museo di San Marco; Marco Bagnoli in Palazzo Sacrati Strozzi e nella Basilica di S. Miniato al Monte; Massimo Bartolini alla Galleria dell’Accademia; Paolo Masi al Chiostro Sant’Antonino e nella Sala del Capitolo del Museo di San Marco; Massimo Nannucci al Cenacolo di Ognissanti; Maurizio Nannucci alla Galleria degli Uffizi e sul Lungarno Maria Luisa de’ Medici; Paolo Parisi al Chiostro dello Scalzo e Remo Salvadori alla Colonna di S. Zanobi. L’intento è quello di stabilire un collegamento tra il nostro passato più illustre, quello del Cinquecento, e la ricerca sviluppatasi in Toscana negli ultimi decenni, dando vita a un percorso che include nello stesso orizzonte visivo l’“antico” e il “nuovo” e annulla le distanze temporali tra il luogo ospitante e l’intervento dell’artista. D’altra parte l’Arte (quella con la A maiuscola) non ha tempo, non soggiace ai gusti né alle mode, non subisce il passare delle epoche né i cambiamenti culturali che ne derivano, perché sa cogliere realtà tanto originali quanto originarie e universali della realtà dell’uomo.
Questo pensiero è verbalizzato con sintetica limpidità da Maurizio Nannucci (Firenze 1939), che sulla facciata della Galleria degli Uffizi disegnata da Giorgio Vasari non esita a comporre una gigantesca, ipnotica installazione writing al neon blu: All art has been contemporary, ossia Tutta l’arte è sempre stata contemporanea. Intenso, onirico, sfumato, intimista, quell’alone blu che si rispecchia nell’Arno e illumina con discrezione la notte, si confronta con il contesto, fisico e allegorico, del territorio che l’accoglie, ridefinendone semanticamente il paesaggio con l’innesto di nuova energia. Nannucci usa infatti lo spazio come strumento linguistico, per fornire allo spettatore un sistema di significati sullo statuto dell’arte sui quali riflettere. Per qualche logica di contrappasso o di complementarietà, la sua frase mi riporta alla memoria l’iscrizione apposta nel 1898 sul palazzo della Secessione di Vienna: A ogni tempo la sua arte, all’arte la sua libertà, che affermando la necessità dell’artista di sentire tutto ciò che si muove attorno a lui e di partire da lì, a suo tempo aprì la strada a quelle nuove sperimentazioni estetiche, che più e meglio sapevano rispondere all’inquieta sensibilità contemporanea.
Così come sotto il segno dell’innovazione rispetto alla tradizione classicistica era stato il linguaggio manierista definito “moderno” da Vasari. Ed è proprio da un passo delle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri (Firenze 1550/ 1568) di Vasari che prende il titolo la collettiva, Alla maniera d’oggi, volta ad aprire un ponte di collegamento tra l’arte di un passato che fece grande Firenze e l’arte di oggi, che nella città ancora stenta a trovare un degno riconoscimento. In un cortocircuito spazio-temporale l’installazione ambientale concepita da Paolo Parisi (Catania 1965) nel quattrocentesco Chiostro dello Scalzo progettato da Giuliano da Sangallo nasce proprio da una riflessione sul modernismo e sulla ricerca astratta del Novecento, che nel secondo dopoguerra aveva trovato proprio a Firenze le motivazioni per una primordiale rifondazione dell’arte e della società attraverso la costruzione di “forme nuove di un mondo nuovo” (Manifesto dell’Astrattismo classico, 1955).
In una sintesi di pittura, scultura, architettura e musica capace di rievocare quell’idea di “opera d’arte totale” nata nell’avanguardia viennese di fine Ottocento, Parisi trasforma quello spazio euclideo in un luogo psichedelico, simile alla sala di teletrasporto della nave stellare Enterprise. Mescolando visibile e invisibile, lo plasma attraverso l’azione della luce, filtrata dal plexiglas colorato posto a chiusura del soffitto, e alla diffusione di tracce sonore che interpretano 36 diverse tonalità cromatiche, nelle gradazioni tra il rosso e il violetto, prese dal campionario RAL. Il risultato è un’unica sinfonia per colori e luci che sembra dare forma al sogno di Aleksandr Skrjabin di una sala totalmente permeata dalla luce, dove ogni cosa assume il colore dell’accordo suonato. Parisi sembra inseguire un’analoga fusione sinestetica di tutte le arti, per comporre un quadroambiente astratto ma percorribile, immerso nell’intensità variabile di un colore che arriva ad assumere consistenza fisica nei pochi elementi presenti sul pavimento: fogli di carta e sculture di cartone dalle forme essenziali, che invitano il pubblico a sedersi e a partecipare di quell’atmosfera capace ridefinire la percezione dello spazio.
A portare avanti, sin dagli anni 80, una ricerca analitica sulla pittura e sul colore, percepito come materialità capace di assorbire o riflettere la luce, è soprattutto il fiorentino Paolo Masi (1933), che nel Chiostro di Sant’Antonino ha allestito una serie di dischi specchianti e in plexiglas colorato sovrapposti a terra a creare nello spazio “sollecitazioni cinetico-cromatiche” di luci e rifrazioni, che coinvolgono la natura e l’architettura circostanti in un gioco d’immagini offerto alla percezione soggettiva e mobile dell’osservatore. Memore di quel rapporto d’immedesimazione e riscoperta del territorio, che aveva caratterizzato la ricerca dell’artista nei primi anni 90, l’opera si fonda sul coinvolgimento visivo del pubblico, chiamato con il suo sguardo a “comprendere” il paesaggio da un punto d’osservazione sempre diverso.
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